“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”CARL GUSTAV JUNG
Quasi tutto scorre
Siamo complessi. Sebbene cerchiamo di semplificarci e nel nostro ordine mentale cerchiamo rifugi che prima o poi, svaniscono. Siamo complessi…forse perchè composti da miliardi di cellule….(mettile d’accordo!).
Complesso è l’uomo, la nostra coscienza e nel guazzabuglio della nostra vita quotidiana, basta un attimo, per smarrire ogni certezza, ogni simbolo, ogni anima. Ci costruiamo infrastrutture mentali, nella vana speranza di ordinare all’esterno ciò che vorremmo ordinare dentro di noi. Quante parole gettate al vento, quanti sguardi fugaci che poi son tornati indietro.
πάντα ῥεῖ «tutto scorre». Tutto scorre ma non scivola. Magari ne fossi capace. Così. Come un battito d’ali. Senza sosta mi giro e rigiro. Cerco vanamente di trovare un ordine ma non lo trovo.
Ukiyo-e (pittura della vita che passa, del mondo fluttuante). Tutto passa inesorabilmente e mi chiedo cosa resta. Dei giorni. Delle ore. Delle arrabbiature. Cominci così a scavare. Nel buio. Nella notte. Entrambe sono ottime compagne di indagine.
Il viaggio dentro di noi è un viaggio pericoloso. Avverti qualcosa. Ma non sai mai cosa troverai. Se ti piacerà ciò che troverai. Ma è inevitabile. Prima o poi riemergeranno le voci della solitudine. Della notte.
πάντα ῥεῖ «tutto scorre». Eppure so che non è così. Sedimentano le ire dell’animo. Rifugio dalla tentazione di gridare. E con essa le mie speranze. Accese come lampi nella notte. Ma come i lampi anch’esse cadono per terra.
Buonanotte
Buonanotte in questa notte.
Triste nell’animo ed ubriaca nel corpo.
Adesso che la luna è circondata da una lieve brezza, ho giusto il tempo di guardarla. Solo un attimo.
Nel suo sorriso ritrovo il mio.
Non è la notte giusta per soffrire, cerco luce tra le ombre dei miei sogni.
Rischiara la mia via.
Rischiara la mia via.
Nessuna luce potrà mai offuscare
Il ricordo di te.
Rischiara la mia via.
Nessuno mai ti porterà via.
Pedalando tra i ricordi
Sono fermi i pedali, dopo un vorticoso ruotare. Tu sei l’ombra dei miei pensieri. Adesso, tra polvere e pensieri, senza sosta hai viaggiato tra i miei ricordi. Cosa hai trovato? Cosa hai visto che Io (tu) non vedo? Adesso la bicicletta è ferma, i pedali sostano su questa balaustra di ferro battuto. Ferro battuto come il mio animo, “abbattuto”, abbandonato su questa inferriata composta dai miei giorni. Pedala l’animo verso strade sterrate. La polvere si alza in questo percorso lungo. Piovono gocce di rugiada dai rami di questa strada. Una strada che ho percorso insieme a te. Già. Proprio così. La bicicletta è ferma. Riposa dopo l’ennesima salita. Strade ripide ed irte che incontrano le ruote. Quanta fatica ad ogni pedalata, sotto il sole cocente o sotto la pioggia. Ad ogni colpo di pedala solo io e me. Sentendo il battito del cuore sempre più forte abbracciato al respiro sempre più lungo. Strade sterrate sul mio percorso, strade impolverate e piene di buche, che ad ogni pedalata rendono il tragitto sempre più pesante. Arrivo in cima, scorgo la discesa. Accaldato e sudato guardo verso la mia meta. E’ il momento di scendere giù. A velocità. Pedalo più forte. IL vent mi accompagna e l’aria mi spinge sempre più veloce. Si! E’ possibile! Si può abbracciare l’aria! Ed è magnifico quando fra i capelli le mani della Primavera ti scuotono i pensieri. La meta si avvicina e le ruote ululano di felicità. Sono solo. Col vento e con la strada da percorrere. Dentro di me. Un percorso che non conosco. Un percorso che affronto metro dopo metro. Pedalata dopo pedalata. Salita dopo salita. La fatica mi prende per mano quando i muscoli e le gambe mi dicono basta….ma non posso fermarmi adesso. La mia meta è vicina. Stringo i denti e faccio un ultimo sforzo. Urlo al cielo, contro questa catena che brucia di fatica. Adesso l’asfalto è lava. Bruciano le mani come pietre roventi. E poi arrivo. Con il fiatone. Mi volto indietro. La partenza è lontana. Guardo avanti. Il percorso non è finito. Davanti a me altra strada. Altre pedalate, vado avanti e nella mete i ricordi di chi ho lasciato alle spalle, di chi mi sono portato nell’anima e di chi ancora in me vive.
Papà, quanto vorrei dirti che vivi in me. Nelle giornate più tristi e in quelle più gioiose. Tra i ricordi ed i sospiri. Nell’aria della primavera e nei sorrisi della Natura. Il cielo è lo specchio della tua anima. Immensa come il tuo amore. Come il mio amore. Come il mare che si perde nel cielo. Rischiara il mio cammino. Abbracciami come l’aria ed accarezzami come pioggia sul viso.
Tu sei in me come io in te.
Metto il piede sul pedale. Riparto. Non sono solo. Ho sempre te.
Espresso ….con zucchero
La vita corre ed è imprevedibile. Poche ore e tutto può cambiare. Riprendersi dal torpore e dall’avvilimento quotidiano sembra quasi impossibile. Eppure a volte succede che tutto possa cambiare. In meglio. Le prospettive fino a quel momento negate si aprono e ti sembra quasi irreale poter pensate di iniziare a riappropriarti di un pezzo della tua esistenza. È complesso gestire l’anima irrequieta. È complesso gestire la voglia di risollevarsi. Si vive di attimi. Che passano in fretta. Spesso viviamo l’esistenza come un unico lungo flusso di eventi. Ma sono attimi attaccati l’uno all’altro. Diamo il senso delle cose alle cose che non ci appartengono.
La vita può essere a volte come un espresso. Espresso lungo e zuccherato. Se sia un caffè o un treno… ancora non l’ho capito bene.
Il Cursore
Il cursore lampeggia costantemente, in attesa di un mio impulso. Attende che i pensieri cadano giù. Dalla mente al pc. Oggi il cielo è grigio, a tratti spunta il sole. Il vento schiaffeggia le cose, muovendole come giunchi sulla spiaggia. Il freddo mi fa rannicchiare su me stesso, perso tra il giubbotto. Faccio due passi verso il corso. Gli alberi sono quasi spogli, quasi un piccolo scherzo della natura, visti i pochi gradi. Passo dopo passo attraverso la strada. Il sole spunta qua e là tra le nubi, per ritornare a nascondersi, come se all’improvviso fosse diventato timido. Continuo i miei passi e la mente corre, soprattutto indietro nel tempo. Fra i fasci di ricordi ammucchiati qua e là. Ripenso a te papà. Mi è inevitabile in questo periodo. Alle nostre felici e lunghe chiacchierate, in cui il tempo non aveva tempo. Penso alle tue parole ed ai nostri sorrisi. Il cielo solo sembra assecondare i colori dell’animo in questi giorni così turbolenti e tempestosi. La marea e le onde dell’animo sono irrequiete, ho smarrito di nuovo il mio porto sicuro. L’Io non risponde a me. Ed è così che le ore passano da un pensiero all’altro. Da un’incertezza all’altra. Accendo la tv. Prima di pranzo. Le notizie si ripetono e si susseguono. Ed è come se il vuoto permeasse nella mente. Ci si affanna giornalmente. Per cosa? Non sempre mi è chiaro. Come in un quadro colorato sembra che la fuliggine grigia si sia posata su tutto. Colori compresi. La macchina fotografica mi guarda. Vorrebbe uscire. Per andare dove? Per immortalare cosa? Anche lei a volte mi sembra sofferente, eppure quanti scatti simpatici e quanta voglia di filtrare il mondo. Filtrare con l’animo ciò che mi circonda. La quiete sembra essere predominante in questo pomeriggio ricco di freddo e vento. Il vento che spazza via le foglie, le nubi. Ma non i miei dubbi. Tanti, confusi e predominanti. Il cursore continua a non essere pago di parole. Insiste nel suo lampeggiare. Sembra conoscermi, sembra sapere cosa voglio. Esplodere di pensieri, Che tracimano da un paio di giorni. Come lava dell’Etna. Già l’Etna, splendida ed imponente, calma ed irrequieta. Ancora non si è tolta il vizio del fumo e così di tanto in tanto dà qualche colpo di tosse. Ascolto musica attorno a me. Non nella mia testa. E’ lo stereo (tanto per precisare).
IL cursore ancora è qui. Sto cominciando a tollerarlo. Non saprei dire se è una condizione reciproca. Sarà ma a me lui fa simpatia. IL caffè preso prima comincia ad entrare in circolo, sta contrastando la stanchezza di notti insonni. Mi viene in aiuto Shakespeare:
Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e
a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome…William Shakespeare
Il giorno riparte, e della notte non resta altro che una manciata di anidride carbonica nella stanza. Non so perché tutto scorre, come un flusso di lava calda, che tutto inghiotte, con una lentezza quasi elegante. La lava cola lenta, con i suoi colori brillanti e contrasti senza fine: rosso, nero, giallo….ed intanto si porta via tutto.
Adesso squilla il telefono. Il cursore capisce che devo andare. Sa che forse per oggi non potrà chiedermi altro.

